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IL DOLMEN DI PIETRA

CRONOLOGIA

Gli storici amano dire che Roma combatté i Celti utilizzando solo la disciplina ed un manipolo di uomini, contro orde innumerevoli di guerrieri barbari, e li vinse sempre. E' ora di sfatare questo mito, diffuso come propaganda nazionalistica dagli storici romani e preso per buono dai nostri.
Sia per quanto riguarda i numeri, che le vittorie.

LA PRIMA SPEDIZIONE CONTRO ROMA: "VAE VICTIS"- 390 a.C.

E' storia risaputa. I Celti, sotto il comando di Brenno, assediarono Chiusi, che si vide costretta a chiedere aiuto a Roma. Gli emissari di questa, però, tre Fabii mandati unicamente con la funzione di neutrali mediatori, si unirono senza pudore alla città- stato italica.
Furenti, i Celti chiesero (molto civilmente, peraltro) la consegna dei tre sleali ambasciatori.
I Romani, però, ignorarono l'intimazione. Anzi, delegarono ai tre il potere consolare; offesa che non passò inosservata.
Gli uomini del nord "strapparono le insegne dal terreno e si misero in marcia", come scrive Tito Livio.
Il popolo fuggiva verso Roma, terrorizzato dall'aspetto di questi feroci ed altissimi guerrieri biondi dalle lunghe spade.
Riporto la descrizione che Gerard Herm dà dello scontro.
" Roma, spaventata a morte, non aveva la possibilità di arrestare l'avanzata nemica. A sole undici miglia dalla città, là dove sbocca nel Tevere il fiumicello detto Allia dagli storici classici, i suoi sei tribuni militari, tre dei quali erano Fabii, riuscirono ad approntare un fronte difensivo (probabilmente allo sbocco dell'odierno Fosso della Bettina).
Lo stato maggiore romano aveva messo insieme un improvvisato piano di battaglia. Una piccola altura doveva servire da un lato da posto d'intercettazione, dall'altro da base delle riserve. Alla sua sinistra era schierato il resto delle truppe. Si fecero inoltre piani per un attacco accerchiante di sorpresa nel momento culminante della battaglia, senza considerare che i "selvaggi" avrebbero potuto sventare questo semplice quanto già sperimentato stratagemma. E fu un errore: perché Brenno, il loro capo, attaccò con occhio sicuro e lungimirante proprio la collina, senza curarsi delle file schierate ai lati di essa, e si assicurò così la vittoria. Le riserve, colte di sorpresa, furono spinte nelle file della legione appostata sulla riva del fiume." Che, confusa e disorientata, non tentò nemmeno di resistere. I legionari attraversarono a nuoto il Tevere, uccisi in gran numero dalle armature che li trascinavano a fondo, e fuggirono nella città senza chiudere nemmeno le porte, rifugiandosi subito nel Campidoglio tanto erano rimasti terrorizzati dai loro nemici. Questi (di cui Livio nota la capacità strategica, quindi, oltre che la forza delle armi) non li seguirono però subito, timorosi di cadere in trappola. Attesero, mozzando le teste dei nemici morti, e assediarono Roma per sette mesi, al termine dei quali se ne andarono con un pesantissimo riscatto che gli assediati furono ben felici di pagare.
E' noto, peraltro, come questi ultimi abbiano poi cercato di coprire l'onta tramite l'invenzione di episodi quali il salvataggio della città ad opera delle oche del Campidoglio, oppure la figura di Marco Furio Camillo che avrebbe sconfitto i Celti mentre si allontanavano dalla vinta Roma. Che, spesso, sono tuttora presi per veri nelle nostre scuole.
Per dirla con le parole che Brenno usò con disprezzo nei confronti dei Chiusini sconfitti, che lo accusarono di imbrogliare durante le trattative per pagare il riscatto di guerra, "vae victis". Guai ai vinti.

IL SECONDO BRENNO E L' "OMPHALOS" - 280 a.C.

A centodieci anni dalla sconfitta dei Romani, i bellicosi Celti penetrarono anche nel cuore dell'altra potenza europea: la Grecia. In un primo tempo, una armata celtica, agli ordini di un tale Bolgio, spazzò via l'esercito macedone, radendo al suolo le case fino a lasciare solo rovine fumanti in luogo dei villaggi. Il popolo di Alessandro Magno non poté che rimanerne atterrito. Ma questa non era che l'avanguardia.
Un secondo gruppo di armati, probabilmente non più di 30.000 nonostante le enormi stime che ne fa invece Diodoro, si spinse fin nell'"ombelico" della Grecia, il santuario di Delfi, distruggendo le armate che gli si paravano innanzi. Delfi fu saccheggiata, ed il tesoro preso.
E' celebre la scena in cui Brenno, in piedi al centro del santuario, figura ben terribile davanti ai bassi Greci di pelle scura, scoppiò a ridere come un forsennato, estremamente divertito dall'ingenuità dei suoi avversari che li portava a raffigurare gli dèi in forma umana ed a offrire doni agli dèi, quando, a detta sua, era ovvio che questi non ne avessero bisogno, elargendone già con tanta liberalità agli uomini. Alla base del Parnaso, però, durante il viaggio di ritorno, scoppiò una fortissima bufera di neve, che permise alle armate greche, avvezze a combattere in tali condizioni, di sbaragliare i Celti. Questi si ritirarono allora precipitosamente verso l'Europa centrale, portando con sé l'oro razziato in quel tempio che, in teoria, sarebbe dovuto essere il luogo più inviolabile al mondo, assiso com'era al centro della invincibile Grecia.

I CELTI E ROMA, SECONDA PUNTATA- Seconda metà del 3° secolo a.C.

I guerrieri biondi stavano per discendere ancora. Allora i Romani, folli di paura per l'antico terrore dei Galli che non avevano mai scordato, "levavano legioni e ammassavano provviste di cereali e altro ai confini quasi che il nemico stesse già penetrando nel paese…" (Polibio).
Non solo.
Contro i solamente 70.000 Celti che li minacciavano (alcuni dei quali, per di più, erano rimasti indietro per assicurarsi che le tribù che Roma aveva, per l'occasione, comprato non invadessero i loro territori di origine) la fiorente capitale radunò quasi mezzo milione di uomini (circa 410.000, di cui 135.000 a difesa di Roma e 273.000 alle spalle dei Celti).
Non ancora sicura, armò i vecchi ed i bambini del Lazio e li spinse insieme alle proprie armate. In pratica, tutta l'Italia romana (insieme alla Spagna punica) si mobilitò contro i Celti.
Credo che ciò sia abbastanza paradigmatico del terrore che questi incutevano a Roma fino dal 390 a.C.
E, nonostante questa schiacciante disparità numerica (oltre che di qualità dell'equipaggiamento) poco mancò che i biondi invasori vincessero comunque. Riuscirono infatti a sconfiggere, con un misto di strategia e di puro furor guerriero, la prima armata romana. Rimanendo poi bloccati tra le altre due, e riuscendo quasi ad uscire vincitori anche da questa situazione impossibile.
I Romani fecero poi ricorso anche agli arcieri per colpire da lontano lo schieramento celtico, fino a disperderne i due terzi, prima di avere il coraggio di affrontarlo in combattimento diretto e finalmente riuscire a batterlo (e con mezzo milione di uomini contro 70.000 iniziali- ridotti ormai a poco più di 20.000, come si è detto, a causa degli arcieri romani- non credo che nessun condottiero della storia sarebbe mai riuscito a vincere, dalla parte dei Celti).
" E' chiaro, quindi, che i Celti dovevano essere ancora più temibili di quanto non sappiano dirci le narrazioni degli storici classici a base di sembianti selvaggi e cieco furore guerriero" (G. Herm).

UN PECORAIO CONTRO LE LEGIONI ROMANE- metà del 2° secolo a.C.

L'allevatore di pecore lusitano Viriato, nel 147 a.C., decise di punto in bianco di insorgere contro la tirannia dei Romani che si stavano facendo lentamente strada nella penisola iberica. Raccolti intorno a sé i suoi compatrioti, dichiarò guerra a Roma e sconfisse l'armata del propretore Vitelio; poi costrinse il nuovo propretore ad un trattato di pace del tutto svantaggioso per Roma.
Il latino non tenne fede alla parola data, e gli mandò contro altri eserciti che vennero comunque messi fuori gioco dal pecoraio e dai suoi (sembra una favola, vero?). Infine, con uno degli intrighi tanto cari alla fiorente capitale mediterranea, pagò un traditore perché pugnalasse Viriato e mettesse così fine alla rivolta.

NUMANZIA? ODDIO, NO!- ultimi anni del 2° secolo a.C.

Una roccaforte celtica sul fiume Duero, Numanzia, fu causa di altri guai per le legioni dell'Aquila.
Per quattordici anni infatti respinse ogni attaccante, finché i soldati romani non tremavano al solo nome dei suoi difensori (uomini della tribù degli Arevaci), rifiutandosi addirittura, in barba a tutta la loro disciplina, di muover loro guerra. "Per tacitare lo scandalo" come scrive Herm "il senato fu costretto a mettere in marcia il miglior condottiero di cui allora disponesse". Ossia nientemeno che il celebre Scipione Emiliano, distruttore della grande Cartagine.
Contro i quattromila difensori di Numanzia, stremati da quattordici anni di guerra, Scipione ebbe il coraggio di schierare sessantamila soldati, ossia quindici legionari Romani per ogni guerriero Celta.
E NEMMENO COSI' (perdonatemi l'uso del maiuscolo, tanto poco discreto, ma sono fatti quantomeno incredibili se riferiti ad un popolo di cui ai professori piace dire che "combatté sempre, vinse sempre") SI SENTI' ABBASTANZA FORTE DA TENTARE UN ATTACCO FRONTALE.
Preferì accamparsi intorno alla fortezza, e prendere per fame i difensori. Dopo addirittura sedici mesi di resistenza a dir poco eroica in una roccaforte assediata dal nemico e sempre più priva di viveri, infine, Scipione riuscì a prendere la città. (E ci sarebbe mancato altro!)

L'ULTIMA INSURREZIONE SPAGNOLA- primo secolo avanti Cristo

Nel 77 a.C. i celtìberi Lusitani si ribellarono ancora a Roma, sotto la guida del rinnegato romano Sertorio, e di nuovo la capitale del mondo dovette utilizzare il suo generale più "quotato": Gneo Pompeo, detto il Grande.
Questi, però, naturalmente, seguì il non troppo onorevole esempio del suo predecessore che lottava contro Viriato: prima di una battaglia fin troppo pericolosa per la sua carriera politica, fece uccidere il condottiero nemico e risolse così lo scomodo problema.

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In Collaborazione con La Gilda Dei Giocatori Ospite di Geco Telematica
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