IL DOLMEN DI PIETRA
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I druidi officiavano ovunque: la loro magia era la magia della terra. Tuttavia, avevano dei "santuari", per quanto diametralmente opposti da quelli a cui la nostra civiltà ci ha abituati. I loro santuari, o "nemeton" (da una radice che indica propriamente il "sacro"- presente nel nome del personaggio epico di Nemed) erano delle radure nelle foreste, degli sprazzi di erba nei querceti sacri, ed i Celti non ebbero templi sino alla romanizzazione. Rutherford riporta un brano inquietante con cui Lucano descrive un bosco sacro (per quanto esso tenda, al pari di Cesare, a "barbaricizzare" i Celti ed a dare l'idea di un popolo selvaggio, superstizioso e crudele: è probabile, tanto per dirne una, che i druidi, nonostante tutte le idee comuni e preconcette diffuse da Cesare ai giorni nostri, non sacrificassero mai uomini, e rimando per questo argomento all'enciclopedico Il Druidismo di Markale):
" C'era un bosco sacro, mai profanato da tempo immemorabile, che sotto la volta dei suoi rami racchiudeva un'aria tenebrosa e gelide ombre, facendo schermo in alto ai raggi del sole. Non Pani agresti e Silvani, signori delle selve, e Ninfe lo abitavano, ma vi erano celebrate cerimonie di barbari riti: vi si ergevano sinistri altari e durante i sacrifici il sangue umano sprizzava su ogni pianta. Se un po' di fede merita l'antichità, che ha provato lo stupore per il divino, persino gli uccelli avevano paura di posarsi su quei rami e le fiere di sdraiarsi in quella selva; neppure il vento o la folgore che piombava dalle fosche nubi si abbattevano su di essa e le fronde degli alberi avevano un brivido tutto loro, senza che il vento le scuotesse. Acque abbondanti cadevano da cupe sorgenti e le lugubri statue degli dèi erano prive d'arte, ricavate rozzamente da tronchi intagliati. […] E si narrava che spesso muggivano per i terremoti le profondità delle caverne, si risollevavano i tassi abbattuti e si vedevano bagliori nelle selve, senza che vi fossero incendi, e che draghi striscianti si avviticchiavano ai tronchi. Le genti non si radunavano in quel luogo per celebrarvi il culto, ma lo avevano lasciato agli dèi. Quando Febo è a metà del suo corso o in cielo si stendono le tenebre della notte, neppure il sacerdote osa addentrarvisi per paura di vedersi improvvisamente davanti il signore del bosco." (III, 400-425).

A prescindere dal fatto che sfido un qualunque scrittore moderno di fantasy o di altro a scrivere una descrizione maggiormente evocativa e lugubre, il fatto che Lucano, cittadino di Roma, narrasse con tanta enfasi di questo luogo, che forse ha toccato delle corde sepolte nel suo cuore "civilizzato", non può che far pensare. Non si prenda come oro colato anche il discorso sulle statue: in effetti la parola del testo latino non indica precisamente le "statue", quanto i "simulacri". E' possibile che si trattasse di semplici cippi lignei. D'altronde, è ridicolo pensare che i Celti possano aver concepito la divinità sotto forma umana e la possano aver raffigurata nella roccia (Brenno insegna; vedi sezione sulla religione).

E' importante sottolineare come dolmen, menhir, cromlech e megaliti in genere NON facessero parte della cultura e della religione celtica e NON fossero stati costruiti dai Celti, per quanto è possibile che in certi punti essi possano averli adottati come luoghi di culto sotto l'influenza della fusione della loro civiltà con quella precedente, la civiltà megalitica.
Rutherford si inoltra poi in un discorso sull'importanza degli alberi nella cultura celtica. A questo proposito rimando anche a Il Druidismo di Markale.

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