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LE ARMI
SPADE
Un altro archetipo fantasy, le classiche spade incantate, giunge in effetti dalla tradizione folcloristica celtica. Si legge, in un brano della “Seconda battaglia di Mag Tured:
“Fu alla battaglia di Mag Tured che Ogmè il campione trovò Orna, la spada di Tethra, uno dei re dei Fomoire. Ogmè la trasse dal fodero e la pulì. Allora la spada riferì le imprese che aveva compiuto. A quel tempo era infatti comune che, quando una lama fosse snudata, rendesse note le gesta che, grazie ad essa, erano state intraprese. Per questo le spade, una volta snudate, hanno diritto al tributo della pulitura, ed è sempre per questa ragione che vi si conservano degli incantesimi. Ora, il motivo per cui i demoni solevano allora parlare attraverso le spade era che le armi venivano venerate dagli uomini ed erano usate come salvaguardia.”
Il nome “demoni” è, ovviamente, una manipolazione dell’amanuense cristiano addetto alla copia del manoscritto; in ogni caso, è probabile che esistesse una credenza secondo cui le armi fossero abitate dagli spiriti, o avessero comunque un’anima. L’accenno alla venerazione delle armi, invece, fa forse riferimento ad un vero e proprio culto delle spade, alle quali ci si rivolgeva nei canti e su cui si pronunciavano i giuramenti, nella convinzione che l’arma si sarebbe rivoltata contro eventuali bugiardi. L’esistenza di spade e armi “magiche”, infine, è più che nota: basti pensare alla spada Caladbolg di Fergus Mac Roìch, la Dura e Lucente, in grado di tagliare perfino le rocce- dalla quale deriva la Excalibur del ciclo arturiano- o alle numerose lance incantate come Luin, in grado di prevedere l’esito di una battaglia o di scatenare incendi, armi, queste, sulle quali ritornerò comunque.
Le ampie lame delle spade celtiche potevano raggiungere anche il metro di lunghezza: armi davvero temibili. In un primo tempo esse erano usate unicamente per colpire di punta, e le loro dimensioni erano pertanto più ridotte; poi si ingrandirono, in modo tale da potere anche fendere con ambo i tagli, ed in seguito, nella loro terza fase, si allungarono ulteriormente e le punte divennero smussate, permettendo di colpire- seppure con devastante potenza- unicamente di taglio.
Le else celtiche avevano una conformazione del tutto particolare, differente da quella tipica del medioevo europeo- che rendeva la spada in un certo qual modo simile ad una croce- tendente più ad una forma ad X, a volte antropomorfizzata con una testa scolpita tra i due bracci superiori, a loro volta foggiati in modo tale da divenire simili a braccia.
Le spade finora descritte erano quelle, presenti sia nell’epica sia, e soprattutto, nei sepolcri, forgiate espressamente per la guerra. Sono presenti però anche altre spade, da parata, di dimensioni notevolmente più piccole- circa la metà- ricche di intarsi e decorazioni, sia sull’elsa che sulla lama, che potevano essere realizzate in ferro ma anche in bronzo o oro, e costituivano più che altro uno “status symbol” ed oggetto di esibizione.
Nel Tàin Bo Cuailnge, nello splendido brano intitolato “Il carro falcato ed il grande massacro di Mag Muirthemne”, Cù Chulainn si munisce in modo a dir poco abbondante, e tra le armi che prende con sé vi sono “le sue otto piccole spade e la spada dall’elsa d’avorio e la lama brillante”. Questa testimonianza può essere sufficiente: i Celti non riponevano comunque fiducia nelle piccole armi da parata, preferendo affidarsi alle ben più letali spade da guerra.
Anche i foderi delle spade erano decorati con tarsie e rappresentazioni zoomorfe o antropomorfe- si può ammirare un bellissimo lavoro di questo tipo sul fodero di una grande spada celtica ritrovata a Hallstatt .immagine a pag 83
Sia la mitologia che gli autori classici descrivono come i foderi fossero spessi assicurati con pesanti catene di ferro, d’argento o di bronzo, appese all’altra estremità alla cintura o alla armatura del guerriero; tali catene avevano comunque funzioni principalmente ornamentali.
IL GIAVELLOTTO
Altra arma di grande importanza per l’eroe celtico è il giavellotto; nell’epica irlandese ne esistono numerosi incantati, come il gae bolga di Cù Chulainn, la cui punta si apre in ventiquattro arpioni quando colpisce, o la deil chliss, che confondeva la vittima, rendendola incapace di distinguere la direzione da cui proveniva l’arma, per poi ucciderla. Diodoro Siculo scrive come i giavellotti celtici avessero punte più lunghe dei gladi romani. Durante le battaglie, i due eserciti, prima che avvenisse lo scontro fisico tra i guerrieri si scagliavano vicendevolmente i giavellotti, spesso anche dai carri da guerra in corsa. Persino durante l’attacco alle fortezze, i guerrieri utilizzavano i giavellotti, sia scagliandoli dalle mura nel caso dei difensori sia, per gli attaccanti, azzardandosi a tirarli da terra o posizionandosi in un luogo più alto rispetto alla fortezza e quindi bersagliandola. A volte, queste armi sono confuse con i “dardi di guerra”, una loro versione più piccola che aveva però suppergiù la stessa funzione.
LE LANCE
Anche le lance erano abbondantemente utilizzate; Diodoro riferisce le loro grandi dimensioni, che sono peraltro descritte anche nell’epica, sia pure con la consueta esagerazione tipica dei Celti- la lancia di un eroe è più volte paragonata al palo centrale della dimora di un re, oppure all’asta di un giogo per buoi. Queste le parole di Diodoro Siculo:
“ Le lance che brandiscono in battaglia che loro chiamano lanciae hanno punte di un cubito o più di lunghezza e poco meno di due palmi di larghezza […]”
La mitologia celtica insiste molto anche sul numero e sulle dimensioni dei rivetti, ossia i chiodi ribattuti che si trovano sull’asta sotto alla lama, e che hanno sia una funzione puramente estetica, sia quella di far sì che l’arma rimanga conficcata nel corpo della vittima in modo tale che, strappandosela via, questa non possa far altro che causarsi terribili lacerazioni e ferite. Allo stesso scopo, spesso la lama era seghettata o ondulata.
ARCO
Al pari degli Achei dei primi secoli, anche i Celti, nonostante i loro numerosi contatti con gli Sciiti, da sempre formidabili arcieri, disapprovavano grandemente l’uso di quest’arma, ritenuta adatta solo a uomini incapaci di combattimenti onorevoli faccia a faccia.
SCUDO
Lo scudo, spesso ogivale, era realizzato in legno con una nervatura per
rinforzarlo, bordato con una striscia di bronzo o ferro e dotato di un
grande umbone metallico al centro. Nell'epica irlandese si accenna anche all
'uso di affilare il bordo dello scudo, tanto che uno dei giochi di abilità
dei guerrieri era il colpire contemporaneamente con il bordo dello scudo, la
lancia e la spada; in ogni caso, è probabile che l'uso dello scudo sia stato
presto abbandonato, in quanto pesante- gli scudi celtici potevano essere
alti come un uomo- e di poco riparo: il suo spessore, infatti, era assai
misero e forniva quindi ben poca protezione. Con il tempo, perciò, questo
strumento di difesa cadde in disuso dato anche il suo impedimento alla
mobilità ed alla velocità, caratteristiche, queste, che costituiva una
componente indispensabile dei guerrieri celtici.
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COSTUME
I guerrieri usavano vestirsi con ampie tuniche di cuoio o di stoffe variopinte, brache, mantello fermato da una fibula e stivali. Le grosse corazze (che pure c'erano) erano poco usate, in quanto costose e troppo pesanti per uomini che preferivano affidarsi sì alla potenza, ma anche a rapidità ed agilità. Era invece possibile che fossero usati bracciali di ferro o di cuoio bollito. Di certo esistevano le cotte di maglia (armature formate da anelli di ferro intrecciati), che furono inventate dai Celti e più tardi imitate dai Romani; esse furono la protezione più usata per tutto, o quasi, il medioevo europeo.
Anticamente i Celti combattevano completamente nudi, in segno di totale disprezzo della morte; in seguito questo uso è stato abbandonato da molti, come si evince anche dal brano del Tàin Bo Cuailnge in cui i giovani guerrieri Connachta deridono il vecchio Iliach a causa della sua nudità.
Sempre questo testo ci fornisce anche informazioni sulle protezioni utilizzate, in Irlanda, dai guerrieri: esse non dovevano costituire un impaccio e riuscire a difendere discretamente chi le indossava. Nel brano già citato “Il carro falcato ed il grande massacro di Mag Muirthemne” le protezioni di Cù Chulainn sono queste: diverse tuniche sovrapposte di pelle incerata, “rigida e compatta” (tenute aderenti al corpo, nel caso specifico di Cù Chulainn, con lacci, corregge e corde in modo che non se le strappasse via di dosso in preda al riastràd- vedi sezione sulla mitologia), un cinto di cuoio da battaglia a protezione di vita e torace, fatto con “la parte migliore della pelle dei fianchi di sette vitelli di un anno”, due “grembiali” sovrapposti, il primo di seta e l’altro di flessibile cuoio di mucca, ed un’altra cintura da battaglia.
L’equipaggiamento dell’auriga è invece decisamente, in ogni caso, meno pesante: Laeg Mac Riangabair, il confidente ed auriga di Cù Chulainn, veste con “una tunica di pelle leggera come l’aria, pelle di daino cucita in modo saldo ed elastico, che non gli impacciava i movimenti delle braccia”, sulla quale porta un mantello di piume di corvo, attribuito dal Tàin a Dario il Persiano o all’imperatore romano Nerone, ed un “elmo crestato, squadrato, piatto, di vari colori e forme, che gli scendeva oltre metà della spalla” come ornamento. Sulla fronte, poi, Laeg si pone una fascia di fili dorati “per distinguersi dal suo padrone”.
Tutto il carro da guerra, inoltre, è irrobustito da Laeg con spuntoni, lame ed uncini, e così pure i cavalli con una armatura di ferro, sebbene non mi risulta che arnesi simili siano mai stati ritrovati; essi potrebbero essere interpolazioni di un copista o che la tradizione ha sviluppato più tardi, per quanto, in effetti, molti oggetti senza dubbio esistiti non siano ancora venuti alla luce tramite le ricerche archeologiche, e non è detto che un discorso del genere non vada fatto anche per questi.
Gli aurighi, per mostrare la propria spericolatezza ed abilità, correvano, con i cavalli lanciati al galoppo, lungo tutta l’asta del carro, quindi si voltavano e tornavano indietro; la mitologia, come anche la storia, celtica, è ricca di simili dimostrazioni, chiamate “prodezze” nei testi epici ma non sempre spiegati.
Altri attributi degli aurighi erano la capacità di “fendere dritto”, ossia mantenere sempre la giusta strada, “saltare alto”, cioè riuscire a condurre il carro anche su terreni estremamente accidentati, ricchi di balzi e fosse, e “dare il giusto colpo di frusta”. La leggenda vuole che Laeg riuscisse a guidare rimanendo voltato indietro per giocare, nel frattempo, con Cù Chulainn a fidchell, sorta di scacchi, e vincere una partita ogni due.
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PRODEZZE GUERRIERE
Le “prodezze” dei guerrieri erano però ben altre.
Si trovano spesso, negli elenchi, lunghe enumerazioni di “prodezze” che non vengono però spiegate, come ad esempio la “prodezza del tuono” ed altre. Altre, invece, lo sono: ad esempio la “prodezza del salmone”, con la quale Cù Chulainn spiccava un balzo imprimendosi una forte torsione, ruotando su sé stesso su un asse parallelo al suo corpo. Oppure il già spiegato “gioco del bordo”, nel quale si fendeva contemporaneamente con lancia, spada ed il bordo affilato dello scudo. Alcune, poi, sono ancora più improbabili, come la capacità di stare in equilibrio sulla punta di una lancia o di scagliare una pietra in modo tale da colpire sia con il tiro, sia con il rimbalzo (il “colpo di ritorno” con il quale Cù Chulainn aveva ucciso, da giovane, dodici cigni selvatici).
Gli scrittori latini citano, a proposito dei guerrieri celtici, il tipico furor guerriero che li caratterizza; esso è paragonabile, in un certo qual modo, con la furia dei più tardi berserk vichinghi.
Nella mitologia irlandese, il furor (chiamato qui “riastràd”, cioè “deformazione”) è un attributo soprattutto di Cù Chulainn, e viene molto enfatizzato: accade così che durante la trasformazione il giovane subisca un rivolgimento interno di tutte le ossa ed uno spostamento dei muscoli, che, tra l’altro, si gonfiano a dismisura. Un occhio è spesso “risucchiato all’interno della testa”, e l’altro diviene talmente sporgente da cadere quasi sulla guancia. I capelli si rizzano (particolare, questo, in cui si ravvisa una citazione dell’usanza celtica di pettinarsi bagnandosi i capelli con la calce e spazzolandoli quindi all’indietro, così da renderli irti e più spaventosi), e dalla testa si sprigiona una nebbia sanguigna. In questo stato, il giovane può attaccare gli amici come i nemici, e si aliena completamente da qualsiasi emozione che non sia la gioia della battaglia.
Diversi sono, comunque, i guerrieri che hanno anche attributi caratteristici sovrannaturali, come ad esempio Fer Diad, l’amico d’infanzia di Cù Chulainn, da questi poi ucciso, la cui pelle in combattimento diventava di corno.
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REGOLE DI GUERRA
La guerra costituiva, come già detto, il principale passatempo dei Celti, ed essa era regolata da regole ferree basate soprattutto sull’onore. Si strutturava in singole scorrerie più che in campagne militari vere e proprie, e vi erano alcune diffuse “leggi non scritte” come, ad esempio, l’evitare di spodestare le stirpi al potere o di invadere un territorio in modo permanente, limitandosi a dimostrare la propria supremazia sui suoi abitanti; era preferibile, inoltre, che i guerrieri di rango più elevato non fossero uccisi ma catturati (E’ bene notare come, presso i Celti, gli ostaggi venissero trattati con una cortesia enorme, pari a quella che si può avere per un figlio, e ad essi erano offerti il cibo e gli alloggiamenti migliori per accrescere la propria fama di uomini generosi e leali). I guerrieri dovevano affrontarsi in scontri non troppo impari; nel Tàin Bo Cuailnge capita spesso che Cù Chulainn si vendichi in modo brutale quando i sovrani del Connachta inviano contro di lui gruppi di uomini numerosissimi per ucciderlo. Questa regola d’onore era chiamata fìr fer, ossia “impegno d’onore degli uomini”.
I Celti facevano molto affidamento sul terrore che la vista di simili guerrieri spargeva tra i popoli loro nemici. In battaglia, l’aristocrazia guerriera scendeva in campo sui rapidi carri da guerra, che venivano usati prima dello scontro per sfoggiare la propria abilità e costituivano, inoltre, la prima linea che veniva a contatto con lo schieramento nemico, penetrando in profondità con la loro grande forza d’urto. In seguito, i guerrieri scendevano e combattevano a piedi con le lance e le lunghe spade, seguiti dal resto dell’esercito che caricava contro i nemici sulla scia dei carri.
Prima delle battaglie in campo aperto tra tribù celtiche era quindi usanza molto diffusa cercare di impressionare il nemico con giochi atti a dimostrare il proprio valore, per evitare di spargere il sangue della propria razza. A volte allo scontro si preferiva ovviare con un duello singolo tra due campioni.
In altre zone, come in Gallia, si preferiva fare invece affidamento su una cavalleria leggera, rapida e potente, che fu imitata poi dai Romani e da tutti gli eserciti medioevali.
Nella mitologia irlandese sono presenti accenni a belve feroci come orsi, cinghiali e lupi, che, catturate prima della battaglia, erano poi liberate contro l’esercito nemico, a volte con le zanne cosparse di veleno.
Durante l’assedio a fortificazioni nemiche, quindi anche di tribù celtiche avversarie, i guerrieri si arrampicavano su scale di legno, mentre i loro compagni, posti in circolo intorno agli spalti, ne bersagliavano i difensori con pietre e giavellotti “ponendo in tal modo il nemico nell’impossibilità di difendersi. […] Catrame bollente e tizzoni imbevuti di sego, passati di mano in mano, erano gettati contro le fortificazioni nemiche per provocare incendi” (J. Filip).
La sconfitta di un popolo così forte in battaglia, perciò, chiaramente non va attribuita al suo scarso valore, alla poca perizia tattica o all’incapacità di resistere ai Romani (in effetti, Vercingetorige, ad esempio, vinse gran parte delle battaglie che combatté…ma perse la guerra a causa della sconfitta ad Alesia). In realtà, essa deriva in gran parte dalla fortissima tendenza celtica al particolarismo ed al frazionamento: questo popolo perdette paradossalmente la libertà proprio a causa della incredibile libertà ed autonomia di cui godevano le centinaia di tribù e gli infiniti clan. Questo, in linea di massima, può essere vero tanto per le zone continentali quanto per quelle insulari (Irlanda e Scozia).
Per di più, in Gallia la sconfitta celtica fu determinata anche dalla sottile politica “culturale” attuata dall’Impero, con conseguente rapido decadimento del fisico e dell’ardore guerriero celtico a causa dell’influenza sempre maggiore del comodo stile di vita del sud. Ciò è pienamente riconosciuto dallo stesso Cesare e dai suoi contemporanei latini, che paragonarono i Galli, ormai corrotti dal lusso dell’Impero Romano, ai Germani, apprezzando la maggiore componente “selvaggia” e dura di questi ultimi, vissuti lontano dalle frontiere romane.
Non vi è dubbio che ciò sia vero, ma del resto un simile paragone può essere tranquillamente fatto anche per le tribù celtiche di Scozia ed Irlanda, che l’Impero non riuscì mai a sottomettere. Per quanto riguarda la Scozia, essa fu poi assorbita dall’Inghilterra; l’Irlanda, in un certo qual modo, non ha mai cessato di essere celtica, pur accettando spontaneamente la religione cattolica al posto del druidismo, e la dominazione inglese è stato più che altro un manto superficiale che oggi l’isola cerca di scrollare via dalle proprie spalle. Il valore guerriero che queste popolazioni non persero mai fece sì che, ancora nella prima guerra mondiale, le truppe scozzesi con i loro kilt e gli irlandesi in livrea nera terrorizzavano follemente i tedeschi, che soprannominarono i primi “le signore dell’inferno”, con evidente riferimento al peculiare costume che li caratterizzava.
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